Scrittori alla Luxemburg

18 marzo 2015: Emmanuel Carrère alla Libreria Luxemburg

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«In un certo periodo della mia vita sono stato cristiano» scrive Emmanuel Carrère nella quarta di copertina dell’edizione francese del Regno. «Lo sono stato per tre anni. Non lo sono più». Due decenni dopo, tuttavia, prova il bisogno di «tornarci su», di ripercorrere i sentieri del Nuovo Testamento: non da credente, questa volta, bensì «da investigatore». Senza mai dimenticarsi di essere prima di tutto un romanziere. Così, conducendo la sua inchiesta su «quella piccola setta ebraica che sarebbe diventata il cristianesimo», Carrère fa rivivere davanti ai nostri occhi gli uomini e gli eventi del I secolo dopo Cristo quasi fossero a noi contemporanei: in primo luogo l’ebreo Saulo, persecutore dei cristiani, e il medico macedone Luca (quelli che oggi conosciamo come l’apostolo Paolo e l’evangelista Luca); ma anche il giovane Timoteo, Filippo di Cesarea, Giacomo, Pietro, Nerone e il suo precettore Seneca, lo storico Flavio Giuseppe e l’imperatore Costantino – e l’incendio di Roma, la guerra giudaica, la persecuzione dei cristiani; riuscendo a trasformare tutto ciò, è stato scritto, «in un’avventura erudita ed esaltante, un’avventura screziata di autoderisione e di un sense of humour che per certi versi ricorda Brian di Nazareth dei Monty Python». Al tempo stesso, come già in Limonov, Carrère ci racconta di sé, e di sua moglie, della sua madrina, di uno psicoanalista sagace, del suo amico buddhista, di una baby-sitter squinternata, di un video porno trovato in rete, di Philip K. Dick, e di molto, molto altro.

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31 maggio 2012: Peter Cameron alla Libreria Luxemburg

L’articolo di Emilio Vettori uscito su la repubblica del 31 maggio 2012:

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QUALCUNO lo ha definito l’Henry James del XXI secolo. Altri critici hanno evocato invece le «associazioni più strane», dimostrando così che, come si sa, non esiste critica letteraria che non sia improntata ai gusti personali, buoni o cattivi che siano. Si prenda appunto il caso di Peter Cameron, che oggièa Torino, alle 18.30 alla Libreria Luxemburg per firmare le copie del romanzo “Coral Glynn”, edito da Adelphi, e alle 21 al Circolo dei Lettori. C’ è dunque chi ha colto in lui «la perfidia di Muriel Spark e la reticenza di Elizabeth Bishop, i sogni (da “Midsummer Night”) di Shakespeare e le visioni di Wilde, gli incubi di Kafkae le finzioni di Borges, l’ eleganza soave di Jane Austen e il realismo fiabesco di Charles Dickens». Merito senza dubbio dello scrittore americano, ma di formazione letteraria inglese, amato dal pubblico così come dai registi cinematografici, da James Ivory a Roberto Faenza che hanno realizzato film dai suoi libri. Nato nel 1958 a Pompton Plains, nel New Jersey, e laureatosi in Letteratura inglese a New York, Cameron ha pubblicato il suo primo racconto sul prestigioso “New Yorker” nel 1983. Poi sono venuti i romanzi, le altre raccolte di raccontie soprattutto il successo e la consacrazione: da “In un modo o nell’ altro” (Rizzoli) a “Quella sera dorata” (Adelphi), da cui Ivory ha tratto il suo film; da “Un giorno questo dolore ti sarà utile” (Adelphi”) a “Paura della matematica” (ancora Adelphi). “Coral Glynn” è ambientato nel 1950 in una villa della campagna inglese e racconta di Coral, una donna che, sola al mondo, viene assunta per assistere la padrona di casa. Il figlio di quest’ ultima cerca, intanto, di guarire dalle ferite lasciategli dalla guerra. Piacciono la sua scrittura apparentemente facile e semplice, e le sue storie incentrate «sull’ animo umano, sulla percezione sociale, sui rapporti interpersonali e sulle visioni a proposito della realtà che ci circonda». In un’ intervista, Cameron ha spiegato: «Sono contento che la mia scrittura sembri immediata e spontanea, ma invece è davvero un lavoro laborioso e difficoltoso per me. Impiego moltissimo tempo pensando ai personaggi e alla storia prima di cominciare a scrivere, e sono costantemente preso nel riscrivere, rivedere, a mano a mano che i miei sforzi si concretizzano nella stesura del libro». “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, che ha ispirato il film di Faenza, è ritenuto il suo romanzo migliore. In proposito lo scrittore del New Jersey ha dichiarato che James, il protagonista, «è probabilmente il personaggio che mi somiglia di più. Intendo dire che è quello più vicino al mio modo di vedere e di percepire le personee il mondo. Naturalmente c’ è sempre qualcosa di me nei miei personaggi, però James è qualcosa che va oltre. Forse è proprio grazie alla connessione che ho con lui, come personaggio, se risulta essere così reale. Credo comunque di essere uno scrittore di fiction, dal momento che mi piace scrivere, in ogni caso, di chi è differente da me per esso e per età».

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13 novembre 2010: Ian McEwan alla Libreria Luxemburg

L’articolo di Guido Andruetto uscito su la repubblica del 13 novembre 2010:

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Sono le cinque del pomeriggio, ora canonica del tè nella tradizione inglese, e alla Luxemburg di piazza Carignano, tempio della «british literature», i librai stanno sistemando con cura in pile ordinate alcune centinaia di copie dell’ ultimo romanzo di Ian McEwan, Solar, in uscita in questi giorni in Italia per Einaudi. La scena piacerebbe molto al pluripremiato scrittore britannico, originario di Adelshort nell’ Hampshire, ma ormai da tempo accasato a Londra, il quale mostra grazia, disciplina ed eleganza non solo nella narrazione, ma anche in un atteggiamento pacatoe signorile verso il mondo che lo circonda. Autore di alcuni fra i romanzi più acclamati della letteratura contemporanea anglosassone, si pensi a Cani neri, Amsterdam, Espiazione e Chesil Beach, McEwan chiacchiera al telefono del suo imminente arrivo a Torino – per la presentazione del nuovo libro al Circolo dei Lettori, lunedì alle 21, assieme allo scrittore Paolo Giordano (le copie verranno firmate dalle 18 alla libreria La Torre di Abele) – con una calma talmente rassicurante che ogni sua parola, anche la più greve, riconcilia con la vita. Sotto una patina di humour travolgente, l’ autore mette adesso a fuoco con Solar il senso di inquietudine e di impotenza che gli esseri umani provano confrontandosi con temi allarmanti come il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici. Il protagonista, Michael Beard, è un uomo goffo, cinico, immaturo. Nonostante gli abbiano assegnato la direzione del nuovo Centro nazionale per le energie rinnovabili di Reading, Inghilterra, e perfino un Premio Nobel per la fisica, Beard è solamente un burocrate della scienza incapace ormai di dare il minimo apporto alla ricerca per salvare la Terra. Signor McEwan, se è vero che di fronte alla catastrofe ambientale siamo tutti colpevoli, come possiamo allora espiare questa colpa? «Non ho una risposta perché non credo, semplicemente, che sia mai possibile l’ espiazione. Nessuno ci può riuscire perché è un traguardo irraggiungibile, ma il solo fatto di provarci costituisce già un enorme passo avanti. La cosa importante è il tentativo, non tanto il risultato cui si mira». Si è mai sentito intimamente res p o n s a b i l e d e i mali del pianeta? « C e r t o , n o n posso chiamarmi fuori. Tutti noi abbiamo fra le mani, oggi, un problema di dimensioni sconcertanti, pesantissimo, come il riscaldamento globale, ma ciascuno ha il suo pezzo di colpa. Purtroppo ho la sensazione che la questione non abbia ancora assunto una rilevanza tale da innescare un cambio di rotta nei comportamenti individuali e nelle linee di guida per la collettività» Come mai, secondo lei? «Una ragione potrebbe dipendere dal fatto che la crisi economica continua a oscurare altre emergenze, anche più gravi, ma c’ è poi un limite insito nella natura umana, che non possiamo superare. Gli esseri umani si disinteressano per loro natura al bene collettivo, questo è un tratto ineliminabile della nostra esistenza. Siamo portati a ragionare sempre sul breve termine, e difficilmente pensiamo al futuro, per esempio interrogandoci su come vivranno i figli o i nipoti dei nostri figli. Scrivendo questo romanzo non volevo però mettermi a fare prediche. La storia di Beard e dei suoi disastri parla da sola». Il suo incontro con i lettori a Torino avverrà in contemporanea con un’ iniziativa del festival «Cinemambiente». È una coincidenza casuale? «Sì, non ne ero al corrente, ma è comunque piacevole sapere che avverrà nel giorno in cui sarò in città. È un bene che si affrontino le tematiche ambientali in tutti gli ambiti artistici, e quindi auguro alla proiezione del festival un grande successo e la massima attenzione da parte del pubblico». SCRITTORI Ian McEwan accanto al busto marmoreo di Petrarca Lo scrittore britannico presenta lunedì al Circolo dei Lettori il suo libro «Solar» edito da Einaudi.

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24 gennaio 1992: Allen Ginsberg alla Libreria Luxemburg

L’articolo di Fernanda Pivano uscito sul Corriere il 21 gennaio 1992:

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“Arriva Ginsberg, carico d’ allori e di utopie
È venuto in Italia Allen Ginsberg per aprire con Philip Glass le celebrazioni della cultura americana al Teatro Regio di Torino il 24 gennaio

DA IERI IN ITALIA PER UNA SERIE DI LETTURE IL FAMOSO POETA DELLA “BEAT GENERATION”

È venuto carico di onori e di gloria decretati dallo establishment letterario che per decenni ha accolto con diffidenza i suoi pensieri troppo in anticipo sui tempi e acclamati dalla controcultura che lo nomino’ Re di Maggio a Praga nel 1965. Gli onori ufficiali sono cominciati negli anni Settanta, quando e’ stato accolto nell’ Accademia Americana di Arti e Lettere, ha meritato il National Book Award per la poesia con la raccolta “La caduta dell’ America”, ha ricevuto la medaglia d’ oro del National Arts Club, e infine ha fondato l’ ormai celebre “Scuola di Poetica disincarnata Jack Kerouac” nell’ Universita’ buddista di Naropa guidata da Chogyam Trungpa Rimpoche a Boulder. Da allora le medaglie d’ oro non hanno smesso di accompagnarlo, in America e dappertutto, perfino nella nostra Rimini, finche’ l’ Universita’ nel 1986 gli ha assegnato al Brooklyn College la cattedra di Distinguished Professor (il piu’ alto livello d’ insegnamento americano). Un onore dovuto, data la sua maestria, e accompagnato dalla Ghirlanda d’ oro che gli fu assegnata al Festival di Struga in Jugoslavia; ma il vero, grande, onore gli era venuto nel 1984, quando usci’ la sua raccolta di poesie, novecento pagine di un grosso volume rilegato di rosso. Per settimane, in quell’ occasione, la Fifth Avenue di New York sembrava imbandierata di rosso, perche’ tutte le innumerevoli librerie della strada erano addobbate con questo libro che coronava 33 anni di lavoro. E’ venuto in Italia dopo una settimana d’ ospedale seguita a un infarto e a qualche giorno di riposo trascorso in Olanda ospite del Gelek Rimpoche, maestro del buddismo tibetano, la religione.filosofia alla quale Ginsberg si e’ dedicato dal 1972 sotto la guida di Chogyam Trungpa Rimpoche, il suo venerato Maestro morto nel 1987. “E’ stato un infarto leggero”, minimizza Ginsberg, mentre dice preoccupato che per un infarto meno leggero e’ ricoverato adesso il grande fotografo Robert Frank, suo amico dei tempi eroici, quando girarono insieme il mitico “Pull my Daisy” del 1959. Il buddismo gli ha insegnato la pazienza, e lo ha aiutato a sopportare malattie e distacchi, per esempio quello da Peter Orlovsky, suo compagno per trent’ anni; e forse lo ha aiutato a restar fedele per tutti questi decenni al voto fatto nel 1943, ancora adolescente, sul ferry.boat che lo conduceva all’ esame di ammissione alla Columbia University: il voto di dedicare la vita ad aiutare gli uomini. Uomini . poeti, artisti . ne ha aiutati a decine, dapprima convincendo editori a pubblicare le loro cose, poi assegnando a molti borse di studio sempre piu’ importanti a misura che diventavano importanti i suoi guadagni; ma quei guadagni non gli furono facili e gli vennero in minima parte dai diritti d’ autore: gli vennero soprattutto dai readings, che andava a fare in giro per il mondo come un antico bardo che girasse da un castello all’ altro. Attraverso i readings raggiunse una popolarita’ non verbalizzabile, causa e insieme risultato della divulgazione del suo sogno di un mondo libero da oppressioni e conformismi, che facesse uscire la gioventu’ dalla claustrofobia del decennio post.bellico. In questo processo influenzo’ tutti i movimenti di liberazione degli anni Sessanta, quello gay, quello nero, quello femminile, quello contro la censura e cosi’ via. Fu tra i primi a esortare a una coscienza ecologica. Ricordo un suo reading del 1967 quando enuncio’ le preoccupazioni di scienziati americani che ora sembrano preistorici: era il primo reading che tenne in Italia, proprio a Torino, e la nostra stampa lo prese un po’ in giro, lo defini’ “apocalittico”; ad acclamarlo furono invece i ragazzi dei sacchi a pelo, che nei loro sacchi portavano il suo Jukebox all’ idrogeno, l’ antologia di poeti americani pubblicata da Feltrinelli (con la poesia “Bomba” di Gregory Corso) e avevano accettato l’ esempio del suo stile di vita ribelle. Quel reading lo ricordo bene. Lo aveva organizzato a proprie spese Angelo Pezzana nella sua libreria. La piazza e le strade adiacenti erano gremite di ragazzi che non erano riusciti a entrare e per i quali Pezzana improvviso’ un sistema di altoparlanti: la folla si accalcava intorno a quattro camionette della polizia preoccupata di chissa’ quali disordini in quei tempi cosi’ inconciliabili col terrorismo del decennio successivo. Ginsberg aveva la sua folta barba nera rabbinica, i capelli lunghi fino alle spalle, un principio di calvizie; con questa immagine si presento’ anche a Spoleto dove venne fermato dalla polizia e subi’ un processo che duro’ anni per aver letto due poesie considerate disdicevoli. L’ immagine che i suoi lettori vecchi e nuovi vedranno adesso al Teatro Regio di Torino e’ diversa: e’ quella del poeta famoso coronato Cavaliere di Arti e Lettere dal Ministro della Cultura francese Jack Lang il 30 aprile scorso. Vedranno una breve barba come quella che portava Walt Whitman giovane, ma grigia, la fronte molto alta, vestiti e cravatta da professore. Ma le poesie che leggera’ non sono da professore. Come ai vecchi tempi, sono trasgressive, polemiche, ribalde; solo il furore di allora, di quando sognava di cambiare il mondo, sembra placato in un desiderio di comunicazione che non ha ancora perduto le speranze; un desiderio di non violenza, di armi sepolte, di guerre finite per sempre. L’ ultima cosa che ha scritto e’ questo Haiku: “Mi metto la cravatta in un taxi, senza fiato, correndo a meditare”.”

Fernanda Pivano

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